Genova Pride 2009: in 200.000 per i diritti di tutti

GENOVA – Duecentomila persone, e una città, Genova, che le accoglie, senza proteste, senza scossoni, accompagna il percorso del Gay Pride 2009, che si snoda per tre chilometri, invade vie piazze, strade, riesce nel suo intento: un Pride politico, meno baraccone, dedicato ai diritti negati, e ai morti per la libertà in Iran.

Un Pride che ha come star Vladimir Luxuria, madrina della manifestazione insieme con Lella Costa. Un Pride che vive un momento di paura.

Quando una trans si sente male, ha un arresto cardiaco, viene rianimata e trasportata in ospedale. È grave, Tiziana, 54 anni, e i sui genitori non sapevano di questa sua altra vita. È il momento cupo, triste, della festa, per il resto tutto fila liscio.

Come dice Gianni Vattimo, filosofo e politico: «È stata davvero una manifestazione politica più che folcloristica» e gli altri organizzatori, a partire da Aurelio Mancuso, presidente di ArciGay concordano. I colori sono quelli dell´Arcobaleno della pace, lo slogan è «l´Italia che fa la differenza», su molti cartelli si legge: «Se Silvio può frequentare Noemi, perché Paolo e Antonio non si possono sposare?». E poi musica, cori, il silenzio «per chi è morto per la libertà in Iran».

È sera quando il corteo raggiunge piazza De Ferrari, il cuore della città. Sul palco aspetta il sindaco, Marta Vincenzi, ringraziata e applaudita. Lei risponde: «Se siamo qui non è un caso: l´impegno di Genova è essere la città dei diritti, questo è il punto di partenza di un lavoro forte e di una lotte comune». A fianco del Pride, i genovesi, oltre ogni previsione, hanno riempito ogni tappa del percorso. Hanno mostrato, spiega Luxuria, «un volto sorridente, non uno sguardo di distacco corrucciato».

Senza pregiudizi, con pochi malumori sussurrati. Don Gallo è in prima fila, a rappresentare la Chiesa che come spiega Gianni, milanese del gruppo “Omosessuali Cristiani” «non è tutta contro di noi, solo una parte delle gerarchie». Il cardinale Angelo Bagnasco è a Lourdes, ma non ha posto ostacoli. Certo resta il no alle unioni e alle “famiglie Arcobaleno”, con due mamme e nessun papà o viceversa. C´erano anche loro, ieri al Pride, con i bambini.

da La Repubblica